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"Sono stati carini Sonia e Edoardo a offrirci questo fine settimana alle terme" dico a un indaffarato Francesco che sta caricando in macchina i nostri bagagli.
"Certo. Si sono così preoccupati per la tua ultima avventura, che hanno pensato avessi bisogno di un po' di relax." Mi risponde con la testa nel bagagliaio.
"Che ne avessi bisogno io, o tu?" Chiedo ridacchiando.
"Io, naturalmente. Tu sei fatta di acciaio temprato e niente ti scalfisce."
"È questa l'idea che hai di me?"
"Più o meno. Dai sali in macchina che siamo già in ritardo."
L'albergo è molto bello. Proprio in riva al lago. Il ragazzo addetto ai bagagli ci accompagna nella nostra camera e, prima di uscire, apre le tende. La vista mi toglie il fiato. L'acqua riflette i raggi del sole e la spiaggia sotto di me ha il colore rosato e l'aspetto impalpabile della cipria.
"Il pranzo sarà servito tra venti minuti," ci avvisa il lift chiudendo la porta.
Tavoli rotondi con tovaglie dal candore abbagliante. Vetrate con vista lago. Cameriere silenziose che servono sorridendo i commensali. Una musica da ascensore sommessa in sottofondo.
"Guarda, Francesco, è pieno di vecchi."
"Cosa ti aspettavi? Alle terme ci vanno le persone anziane, come noi. Comunque, se osservi bene, vedrei che alla tua sinistra, in quel tavolo, da sola, c'è una giovane signora."
"Oh! Perbacco! Non l'avevo vista. Guarda che, per tua informazione, io anziana non mi ci sento. Che strano però. Cosa ci fa una donna di quell'età in mezzo a tutti questi pezzi da museo? La situazione va studiata."
"Maria! te lo chiedo per favore. Per una volta non rovinarmi questa piccola vacanza. Non ti impicciare:"
"Non aver paura, era solo pour parler. Buono questo arrosto," aggiungo sperando di sviare il discorso.
Lo sguardo però corre ancora alla donna che sta pranzando a poca distanza da noi. Non è bella ma ha una eleganza che solo la ricchezza di lungo corso può fornire. La schiena dritta e i gomiti ben accostati al corpo, come suggerisce il bon ton, ma che, se non lo impari da piccolo, non riuscirai mai a mettere in atto con disinvoltura. Tuttavia sposta il cibo da una parte all'altra del piatto ricordandosi solo ogni tanto di portare qualche piccolo pezzo alla bocca. Come chi non avesse appetito, oppure fosse tormentato da qualche dispiacere che gli impedisse di gustare le vivande.
Un'occhiata severa di Francesco mi riporta alla realtà.
"Penso che dopo pranzo andrò nella SPA." Annuncio.
"Bene. Io mi metterò seduto comodo sul terrazzo della nostra camera vista lago, con il mio portatile, e lavorerò un po'. Magari più tardi ti raggiungo."
Indosso il mio costume nuovo e l'accappatoio bianco gentilmente messo a disposizione dall'albergo e scendo nel sottosuolo.
Mi accoglie una bella ragazza che mi elenca tutti i servizi offerti ai clienti. Per il momento mi accontento di immergermi nella piscina dove l'angolo per l'idromassaggio è libero. L'ambiente è completamente azzurro e il riflesso dell'acqua sul soffitto crea giochi di luce ipnotici.
Mi rilasso pensando alla misteriosa giovane che Francesco mi ha fatto notare a pranzo. Come l'avessi evocata, entra in questo momento. Ha la fronte aggrottata e una luce cupa negli occhi. Le labbra leggermente arricciate le conferiscono l'espressione di una bambina che sta per scoppiare in lacrime. Esco velocemente dall'acqua e mi avvolgo nell'ampio asciugamano.
La donna, stringendo al seno il drappo di spugna, si dirige verso la stanza della sauna.
Senza pensarsi nemmeno un attimo decido che una sauna è proprio quello che mi ci vuole. Vado a prendere un asciugamano asciutto e entro nell'ambiente dove un profumo di erbe mi accoglie insieme a un calore avvolgente. Sdraiata sulla panca di legno odoroso di resina c'è lei. Il volto rigato di lacrime e il petto squassato dai singhiozzi.
Così, nude come siamo, siamo disarmate e in intimità.
"Piccola! Cosa c'è?" Sono certa che si confiderà con me.
Weekend alle terme 2
Carola, così ha detto di chiamarsi, non riesce a essere molto chiara, ma, tra un singhiozzo e l'altro, mi sembra di capire che il suo problema sia il marito.
"Doveva venire oggi a pranzo e invece non si è visto."
Mi sembra un motivo non troppo serio per prendersela a quel modo. Comunque provo a consolarla e non mi vengono in mente che frasi convenzionali e poco efficaci.
"Sarà stato trattenuto, vedrai, cara che arriverà presto."
E qui i singhiozzi e le lacrime aumentano di intensità.
"Doveva portare i fogli firmati..."
"Che fogli, cara?"
"Il divorzio."
"Ah! Ecco!"
"Non voglio più aspettare. Il mio avvocato arriverà stasera e io gli avevo detto che gli avrei fatto trovare le carte pronte. Si arrabbierà con me. È un professionista molto impegnato. Mi assiste solo perché era molto amico di mio padre."
E naturalmente perché Carola lo paga profumatamente. Questo lo penso, ma evito di farglielo notare.
"Coraggio, tutto si aggiusterà presto."
La sua aria da pulcino sprovveduto mi ispira tenerezza. Evidentemente il semplice fatto di provenire da una buona e ricca famiglia non la tutela dalla solitudine.
"Ora basta piangere, vieni, metti l'accappatoio e andiamo a bere una tisana."
"Dove eri finita?" Mi chiede Francesco quando torno in camera per vestirmi per la cena.
"Sono stata in piscina e a fare una sauna. E tu? Non ti sei mosso dal balconcino?"
"No. lo confesso. Mi son fatto prendere da un problema informatico e poi credo di avere fatto anche un pisolino."
La sala da pranzo ci accoglie con il solito aspetto invitante. Carola, già seduta al suo tavolo si è ricomposta e di fronte a lei è stato apparecchiato per un altro commensale.
Mi saluta con un cenno destando lo stupore di Francesco.
"Hai fatto amicizia con la ragazza sola?"
"Si chiama Carola e l'ho incontrata nella sauna."
L'arrivo della prima portata distrae Francesco dal farmi ulteriori domande. Nel frattempo è arrivato l'ospite di Carola che, dopo averla ascoltata, sembra contrariato, mentre lei cerca di calmarlo. Evidentemente ci riesce perché l'uomo si siede a tavola e posa la sua mano su quella della donna che, corrugando la fronte e arricciando le labbra, si sottrae di scatto al tocco.
Avverto una sorta di disagio da parte di Carola, e ho l'impressione che abbia interpretato il gesto come un'avance e non come una dimostrazione di amicizia.
Incuriosita dalla dinamica tra i due osservo meglio l'uomo che, forte della sua posizione di forza e, della evidente debolezza di Carola si è permesso un contatto fisico non gradito. Molto distinto, in un completo grigio scuro, capelli corti brizzolati. Indubbiamente dotato di un certo fascino, ma che dimostra almeno il doppio dell'età della sua assistita.
Che sia attratto dalla ragazza? O forse dai suoi soldi?
Notte travagliata. Avevo sperato che il bagno rilassante alle terme avesse un effetto benefico sulla R.L.S. ma mi sbagliavo. Dopo un sonno agitato mi sveglio e scopro che mi è impossibile restare a letto. Le gambe si rifiutano di stare ferme.
Scendo per non svegliare Francesco che troppo spesso è vittima, insieme a me, della mia irrequietezza.
Il parquet sotto i miei piedi nudi mi restituisce immediatamente una sensazione di sollievo. Ho sonno, ma non posso fare a meno di passeggiare nervosamente per la stanza sperando che qualche asse del pavimento non si metta improvvisamente a scricchiolare, svegliando il mio consorte.
Mi avvicino alla finestra. il lago respira placido sotto la luce appena accennata di un minuscolo spicchio di luna. Ancorate lungo il molo alcune barche dondolano leggermente al passaggio di ogni piccola onda. Tutto intorno è quiete e silenzio.
Solo al largo qualche cosa si muove in direzione della sponda sollevando un velo di schiuma bianca sulla superficie scura dell'acqua.
Ricomincio il mio peregrinare per la stanza prendendo in considerazione l'idea di vestirmi e andare a fare una passeggiata. Sono sicura che Francesco non approverebbe questa decisione, anche se è abituato alle mie stranezze.
Opto più saggiamente per un'alternativa che a volte funziona. Docce calde e fredde sulle gambe in alternanza. La pratica si avvicina molto alla tortura, ma, se va a buon fine, permette di tornare a letto e dormire.
Esco dal bagno provata, sono le due. Mi riavvicino alla finestra. La barca che solcava il lago è arrivata al molo e ne sta discendendo un uomo. Prima che si calchi in testa un cappellino a visiera scorgo una folta capigliatura riccia e bionda, capelli che farebbero invidia a una donna. Sprecati per un uomo. Con questo sciocco pensiero in testa mi sdraio a letto e provo a dormire.
Mi sveglia un grido acuto seguito da un gran trambusto proveniente dal corridoio. Mi sembra di capire che a urlare sia stata la cameriera e che abbia fatto cadere a terra un vassoio, forse mentre stava portando la colazione in camera a qualche cliente.
Mi vesto in fretta mentre sento scorrere l'acqua in bagno. Francesco, che si è svegliato prima di me, sta facendo la doccia.
Nel corridoio, davanti alla mia porta c'è un capannello di persone che parlano sommessamente tra loro. Non ci vuole molto a capire che qualcosa di grave deve essere accaduto. Penso con una sorta di sollievo che, qualunque cosa sia, per una volta, Francesco non potrà dare la colpa a me.
Evito di calpestare i cocci delle tazze e la pozza di liquido sparsi per terra e cerco di farmi largo tra le persone per capire cosa sia successo.
Dalla porta della stanza accanto alla mia esce una cameriera in lacrime. Si asciuga il viso con il grembiule e si avvia lungo il corridoio insieme al direttore dell'albergo che si affretta a sorreggerla per evitare che cada.
"Qualcuno ha telefonato alla polizia? " Chiede un attempato cliente che ha mantenuto la sua lucidità.
"L'ho appena fatto," risponde il direttore di ritorno, "signori, siete pregati di ritornate nelle vostre stanze o scendere nella sala della colazione in attesa che arrivi il commissario. In ogni caso non allontanatevi dall'albergo, immagino che la polizia abbia bisogno delle vostre testimonianze, grazie."
Dalla fessura della porta rimasta accostata intravedo qualcuno riverso a terra in un lago di sangue. Una piccola statua di bronzo, giace accanto al corpo senza vita che non riesco a identificare.
Stanza 207. Chi la occupa, o meglio, chi la occupava?

Uno strano vicino
Il nuovo vicino mi aveva subito insospettito. Non per il suo aspetto, che potrei definire ordinario, né per il mobilio che aveva fatto arrivare con un comune camioncino di traslocatori e neppure per il fatto che nessuno aveva effettuato ristrutturazioni o pulizie in quella casa fatiscente, che tutti chiamano la "casa rosa". Quello che mi aveva colpito era stato il suo atteggiamento circospetto. Non aveva salutato nessuno, infilandosi svelto in casa portando un grande fagotto, senza neppure alzare lo sguardo per dare un'occhiata alle case vicine, non tenendo conto che le relazioni di buon vicinato sono importanti quando si arriva in un paesino piccolo dove tutti si conoscono. La vita può essere difficile se sembri ostile a chi abita accanto. Nei giorni successivi il suo atteggiamento non era cambiato.
"Francesco, che ne pensi del nuovo vicino?" Chiedo al mio consorte.
"Chi?" Risponde distratto.
"Ti sarai accorto che qualcuno è venuto ad abitare nella "casa rosa"?"
"Ah! Sì?"
Niente, da quella parte non si può sperare un parere. Francesco vive con la testa nel computer e pensa che il mondo cominci e finisca lì.
Eppure io devo capire il motivo di quello strano comportamento. La mia anima di detective si sta agitando.
Dalle finestre di casa mia non è possibile a vedere le sue: due tigli dalle fronde enormi coprono la vista. Che fare? Non resta che aspettare l'occasione giusta, posteggiare l'auto davanti al suo cancello e osservare, sperando che le finestre illuminate mi possano consentire di vedere, cioè di spiare, quello che succede all'interno.
"Francesco, vado fuori un attimo!"
"Sì. Va bene."
Per fortuna il mio consorte non si meraviglia di nulla. Non si domanda perché all'improvviso io decida di uscire. Meno male! Altrimenti che gli posso dire? Vado a spiare il nuovo vicino?
Seduta all'interno dell'auto vedo l'ombra dell'uomo passare e ripassare davanti alle due finestre che affacciano verso la strada. Sembra agitato. Mi pare stia telefonando e muove il braccio libero in gesti rabbiosi.
altro da fare che assumere un'aria indifferente e fingere di essere lì per caso.
"Buongiorno" provo a salutarlo. "Mi chiamo Maria Viani e abito lì accanto."
Tendo inutilmente la mano. In risposta ricevo un grugnito e un cenno vago. Fa un passo avanti diretto verso il marciapiede, poi ci ripensa, si volta, mi pianta gli occhi addosso e punta un dito nella mia direzione.
"I ficcanaso non mi piacciono."
"Io?" Farfuglio come una bambina scoperta con le dita nel barattolo della marmellata. "Passavo di qua per caso."
"Uomo avvisato..."
"Donna..." Ho parlato così sottovoce che dubito mi abbia sentito.
Torno a casa con la sensazione di essere stata minacciata. È più di un'impressione. È una vera e propria intimidazione, ma se quell'uomo pensa di fermarmi vuol dire che non mi conosce abbastanza.
I movimenti nella "casa rosa" si sono fatti davvero interessanti. Ogni sera si presenta al cancello un figuro che, dopo essersi guardato intorno con circospezione, entra nel giardino, percorre il vialetto e viene introdotto in casa senza aver suonato alcun campanello. È evidente che era atteso e il padrone di casa ci tiene che non sosti più del dovuto sulla soglia. Dopo pochi minuti se ne va, eclissandosi velocemente come era venuto.
Io sarò anche fissata, ma quell'individuo sembra uscito da un telefilm giallo degli anni cinquanta: impermeabile chiaro stretto in vita da una cintura, Borsalino grigio che gli nasconde parte del viso.
Scommetterei che nella tasca ha una Glock o una Beretta. Di certo non posso andarglielo a chiedere.
Qualche ricerca però l'ho fatta.
Ero giustamente incuriosita dal fatto che né sul citofono al cancello, né sulla cassetta della posta e neppure al campanello del portoncino ci fosse alcuna targhetta con il nome del mio nuovo vicino. Così ho chiesto informazioni presso la ditta che aveva effettuato il trasporto dei pochi mobili nella "casa rosa". Non senza difficoltà ho finalmente scoperto nome e cognome del mio confinante: Giovanni Palmieri.
Il nome non mi dice nulla, ma posso sempre ricorrere all'aiuto del mio amico ispettore Sergio Cantini.
Sergio è una vecchia conoscenza dei tempi dell'università. Mi ha fatto uscire indenne da una retata che la polizia fece nell'ateneo genovese occupato da noi studenti¹. Mi ha tolto da una situazione molto imbarazzante quando sono entrata in una villa abbandonata per effettuare un'indagine². Insomma un vero amico a cui ricorro nei momenti difficili.
Ci siamo dati appuntamento nel bar "Mangini" uno dei più chic di Genova dove spero di convincerlo ad aiutarmi anche questa volta.
"Maria!" mi accoglie con un abbraccio. "Sono contento di vederti, ma confesso che sono anche preoccupato. Ogni volta che ci incontriamo devo occuparmi di qualche guaio in cui ti sei cacciata."
"Tranquillo! Nessun guaio. Ho solo bisogno dei potenti mezzi della polizia."
"Maria, ti conosco bene. Se non c'è qualche rogna da grattare tu non sei contenta."
"Mi serve solo un'informazione."
Mentre beviamo un caffè espongo la mia richiesta e Sergio promette di aiutarmi a patto che mi tenga lontana da ogni complicazione.
Io giuro che lo farò e sono davvero sincera perché le mie intenzioni sono davvero quelle. Sempre. Se poi i guai arrivano non è colpa mia.
"Dammi qualche giorno e ti faccio sapere."
Ci lasciamo con la promessa di rivederci presto, magari a cena, con Francesco e l'eterna fidanzata che Sergio non si decide mai a sposare.
Puntuale arriva la sua telefonata.
"Maria, ecco le informazioni che volevi. Il tuo vicino, Giovanni Palmieri, è nato a Forlì, il 25 luglio 1978, ed è appena uscito di galera."
1 "Maria Viani e le ombre del '68". Maria Teresa Valle. Fratelli Frilli Editori
2 "Delitto a Capo Santa Chiara". Maria Teresa Valle. Fratelli Frilli Editori
"Francesco! Ma mi stai a sentire?"
"Certo! Dicevi?"
"Dicevo che avevo ragione, come al solito."
"A proposito di cosa?"
"Allora non hai capito niente di quello che ho detto? Lo sapevo. Quel maledetto computer..."
"Non ti arrabbiare. Ho sentito che parlavi del nuovo vicino. Io però non l'ho mai visto. Che tipo è?"
"Prima di tutto ha un nome e un cognome. Si chiama Giovanni Palmieri. Ha quarantasei anni ed è un avanzo di galera."
"E tu come lo sai?"
"Ho le mie fonti di informazione. Non guardarmi così! So cosa stai pensando."
Francesco non comprende la mia curiosità per le persone sospette e disapprova il mio interesse per le situazioni misteriose, per i delitti e per le indagini in genere. Sostiene che vado a cacciarmi nei guai e, ammetto, che qualche volta è successo davvero, ma nella maggioranza dei casi il peggio è che ignoro le faccende domestiche, il frigo resta vuoto e i fornelli spenti. In questi casi, cioè quando sono impegnata in qualche investigazione, è costretto ad alzare la testa dal computer, andare a fare la spesa e cucinare, se vuole mangiare qualcosa.
"E se lo sai allora regolati di conseguenza." Sembra davvero in collera, ma so che, appena riabbasserà la testa sul computer, se ne dimenticherà immediatamente.
Io approfitto della sua distrazione per sgattaiolare fuori. Ho sentito dei rumori provenire dal cortile a fianco e devo proprio scoprire cosa sta succedendo.
Mi apposto nascosta dal tronco del grande tiglio più vicino al cancello.
Due uomini stanno bussando con insistenza al portoncino di Giovanni. Quando appare nel vano della porta, illuminato dalla luce interna, sembra irritato. Apostrofa i due con tono seccato.
"Vi avevo detto di non farvi vedere da queste parti. Entrate, svelti!"
Si guarda intorno con circospezione e chiude la porta alle loro spalle.
Esco dall'ombra protettiva del grande albero e mi avvicino alla casa.
Non so neppure io cosa si possa sentire e vedere dalle finestre della "casa rosa", ma, visto che il vicino ha mantenuto i vecchi infissi di legno pieni di fessure e senza doppi vetri, forse ho qualche speranza.
Mi abbasso per non farmi vedere e rasento il muro di quella che ricordo essere la cucina collegata con un tinello, proprio come si usava negli anni sessanta. Visto che la casa non ha subito ristrutturazioni dovrebbe essere ancora così. I due estranei saranno stati ricevuti in quello spazio, visto che gli altri vani sono costituiti solo da due camere da letto e un bagno.
Avevo ragione. Si sentono distintamente le voci. Colgo dei brandelli di conversazione concitata.
"Ho bisogno di più tempo" Questa è la voce di Giovanni.
"Una settimana..." Voce sconosciuta.
Silenzio.
Ancora silenzio. Staranno per uscire.
Devo allontanarmi. Presto! Mi volto.
La testa mi scoppia! Un lampo! Dolore!
Buio.
La prima cosa che mi colpisce è il silenzio.
Dicono che quando si muore l'ultimo dei sensi a spegnersi sia l'udito.
L'estremo collegamento con il mondo dei vivi.
Io ora, in questo preciso momento, non sento nulla. Il vuoto assoluto.
Sto morendo?
Non lo so.
Non avevo mai fatto caso a quanto sia terribile il silenzio. Non è semplicemente assenza di suoni. È piuttosto una condizione mentale che ti esclude dal mondo. Un isolamento. Una morte prima della morte.
Provo a muovere un braccio. Sono certa di aver mandato il comando dal cervello ai nervi e ai muscoli, ma non succede niente. Ci riprovo. Nulla.
Per quanto mi concentri e mi sforzi non riesco a muovere nessuna parte del corpo.
Panico.
Sono morta?
Improvvisamente una serie di scosse scuote le mie gambe: benedetta R.L.S.! Quante volte ti ho maledetto! Ma ora mi dai la prova che sono viva. Ho bisogno di muovere le gambe, ma scopro che sono legate strettamente tra loro.
Apro gli occhi.
Buio.
Totale.
Come il silenzio, anche l'oscurità non lascia spazio al mondo. Non so cosa mi stia succedendo e l'incertezza e il dubbio sono più angoscianti della peggiore certezza.
È buio e c'è silenzio. La stanza, o il posto dove mi trovo, qualunque esso sia, è privo di luce e di suoni.
Perché sono qui? Perché sono legata? Non ricordo nulla, ma un dolore pulsante alla testa mi fa capire che qualche cosa deve avermi colpito. Lentamente qualche ricordo riaffiora mentre gli occhi si stanno abituando al buio. Il buio non è mai totale e infatti intravedo qualche lama di luce che filtra tra le persiane chiuse.
Le gambe si agitano e non mi danno tregua. La testa mi duole. La corda che mi lega i polsi mi fa male, ma devo pensare.
Una cosa è certa: sono prigioniera in una stanza. Certo! La "casa rosa! Sono in una stanza della "casa rosa"! I pensieri si muovono con fatica come ingabbiati in un pantano. Mi torna alla mente che stavo tenendo d'occhio la casa e il suo abitante. I due estranei. La conversazione...
Alla tenue luce che filtra dalla finestra sigillata con alcune assi inchiodate scorgo un bancone. Bilancia di precisione, alambicchi, provette, reagenti. Ora so come si guadagna da vivere il nuovo vicino.
Lui! ecco chi mi ha legato come un salame dopo avermi stordito con un colpo in testa.
Al disagio provocato dalla sindrome, al dolore alla testa, alla stretta delle corde ora di aggiunge qualche cosa di molto peggiore.
La paura.
Come evocato dal mio stesso terrore ecco avverarsi l'incubo. La porta si spalanca e Giovanni si materializza davanti a me.
"Giovanni!" Subito dopo aver pronunciato il suo nome mi rendo conto dell'errore. Dovevo mordermi la lingua. Se ce ne fosse ancora bisogno gli ho fornito un ulteriore motivo per sbarazzarsi di me.
"Come sai il mio nome?" Mi chiede lanciandomi uno sguardo per nulla rassicurante.
Decido di non rispondere.
"Non hai seguito il mio consiglio: uomo avvisato..."
"Donna."
"Come?"
"Donna avvisata, sono una donna"
"Ma senti? Ti va di fare la spiritosa. Vedrai che tra poco non ne avrai più voglia".
Devo pensare alla svelta qualcosa da proporgli.
"Ascolta, non potresti slegarmi? Da qui non posso certo scappare."
"Non se ne parla."
Ci pensa un attimo, si avvicina e scioglie i nodi dei lacci che mi stringono le gambe.
"Tanto tra poco non ti serviranno più."
"Che cosa?"
"Le gambe. E le braccia e tutto il resto. Tra poco sarai morta."
"Non ti sarà facile sbarazzarti di me, mio marito sa che venivo da te,"tento il bluff, "quando non mi vedrà tornare a casa verrà a cercarmi."
"Tuo marito non sa neppure che tu esista. Ho visto come sta sempre con la testa infilata nel suo computer. Venire a cercarti sarà l'ultimo dei suoi pensieri."
"E come hai progettato di eliminarmi?" Non voglio davvero saperlo, ma faccio un tentativo di prendere tempo.
"Non ti preoccupare di questo."
Come faccio a non preoccuparmi, brutto stronzo? Naturalmente non glielo dico.
"Potresti essere così gentile da dirmelo?"
"Semplice. Ti sparo una bella over-dose in vena e ti lascio davanti al cancello del tuo giardino."
"Ma non ci crederà nessuno. Non mi sono mai drogata in vita mia. Neppure una canna mi sono mai fatta."
"C'è sempre una prima volta."
"Ti cercheranno subito. Tempo zero sarai sospettato. Come pensi di cavartela?"
"Tempo zero sparirò. Non ho granché da portare con me. Viaggio sempre leggero."
Se non altro sarà una morte dolce. Magra consolazione...
Il cellulare di Giovanni prende a squillare. Guarda il display. È seccato, ma decide di rispondere. Forse non può farne a meno.
Ascolta la voce che parla dall'altra parte della linea passeggiando nervosamente per la stanza.
"Va bene tra un quarto d'ora sono lì." E chiude la conversazione.
Esce dalla stanza e sento la chiave girare nella toppa.
Questa potrebbe essere la mia chance.
Giovanni è appena uscito dalla stanza e io devo trovare il modo di sciogliere i nodi della corda che mi stringe i polsi. Mi guardo intorno cercando qualcosa di tagliente da utilizzare, ma senza successo. Ripasso nella mente tutti i film gialli e i serial che ho visto alla ricerca di uno spunto, un suggerimento da utilizzare, ma mi tornano in mente solo i film di James Bond e io decisamente non sono alla sua altezza. Se non altro posso camminare per la stanza dando sollievo alle gambe in piena sindrome.
"Pensa, Maria, pensa! non vorrai arrenderti così?!" Parlo da sola come una scema, senza troppa convinzione.
Lo sguardo cade sui vari contenitori posati sul bancone. Sono pieni di polverine bianche e la consapevolezza che una buona dose potrebbe tra poco viaggiare nelle mie vene mi dà l'impulso giusto per reagire.
Il primo tentativo che faccio è quello di liberare una mano raccogliendo le dita il più possibile vicine, ma la corda è troppo stretta e solo rompendomi qualche osso potrei farcela.
Non è la strada giusta.
"Pensa, Maria! Pensa!"
Forse ho avuto un'idea. La finestra. Il vetro. Se riesco a colpire un punto in mezzo alle assi che Giovanni ha messo a protezione della finestra posso rompere il vetro e avere qualcosa di tagliente da usare sulla corda.
Mi avvicino e provo con un piede.
Un calcio: niente. Nel secondo tentativo mi sbilancio e cado per terra, ma capisco che quella è la mia unica speranza. Mi rialzo e riprovo.
Il rumore del vetro rotto mi fa sobbalzare, ma la parte di vetro che resta nella finestra mi offre la possibilità che speravo.
Le mani legate dietro la schiena non agevolano l'operazione. Con grande fatica e muovendomi come un contorsionista riesco a portarle davanti al corpo.
Sto furiosamente provando a tagliare i legacci quando sento la chiave girare nella toppa. Il sussulto che provo spinge il polso della mano destra contro la scheggia di vetro. Un brutto taglio. Il sangue esce a rivoli.
"Cosa stai facendo? lo sapevo che non dovevo slegarti. Ora la facciamo finita."
Si avvicina al bancone, con mano sicura scioglie una buona porzione di droga e la aspira in una siringa.
Provo a scappare dalle sue mani ma vedo il suo pugno partire e poi buio.
Buio.
Sono morta?
Sento delle voci. Allora, forse non sono morta. Apro gli occhi e vedo due visi sopra di me. Uno è Francesco e l'altro è l'ispettore Sergio Cantini.
"Disgraziata," mi dice Francesco mentre mi medica la ferita, "mi hai fatto morire di paura."
"Ma come avete fatto a trovarmi?"
"Ti ho tenuta d'occhio. Mi sono accorto che gironzolavi attorno alla casa rosa, e, quando non ti ho vista tornare, ho chiamato Sergio che, conoscendoti, è arrivato subito. Del resto era stato proprio lui a darti le informazioni sul nuovo vicino."
"Sei sempre la solita." Si lamenta il mio amico. "Per fortuna siamo arrivati in tempo. C'era pronta per te una bella siringa che ti avrebbe spedita dritta dritta nell'aldilà. Comunque il tuo vicino l'abbiamo arrestato."
"Grazie a tutti e due."
"Prometti di non ficcarti più in questi pasticci?" Mi chiede Francesco.
"Dai retta a tuo marito." Ribadisce Sergio.
"Prometto, prometto!"
I due si guardano e scuotono la testa. Chissà perché.